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Affrontare le difficoltà senza autodistruggersi

Hai mai sentito il termine “coping”? Noi psicologi lo utilizziamo per far riferimento a tutte quelle strategie comportamentali che una persona mette in atto per fronteggiare le difficoltà che incontra.
Ognuno è diverso, dunque ognuno ha le proprie modalità di coping, ma c’è un elemento che ci accomuna tutti: la funzionalità del nostro approccio, ovvero la capacità di adottare comportamenti efficaci (funzionali) o comportamenti dannosi (disfunzionali).

Osserviamo, dunque, degli esempi semplici di coping funzionale e disfunzionale (li approfondiremo:

  • Stai avendo una discussione accesa e quello che l’altra persona ti ha appena detto ti ha offesa/o. Puoi decidere di allontanarti, respirare, attendere di calmarti e sbollire prima di rispondere, oppure puoi controbattere all’istante, magari dicendo qualcosa di ancora più offensivo, per poi pentirtene, sentirti in colpa e generare un circolo vizioso.
  • Un pensiero fastidioso (il lavoro, oppure qualcuno che ti ha ghostato…) ti causa stress, ansia, difficoltà di stomaco o intestinali: puoi decidere di prenderti una pasticchetta di tavor (o un'altra benzo), bere o fumarci su per liberartene, con il rischio che diventi un’abitudine, oppure puoi scegliere di meditare, scrivere, ascoltare musica, fare sport, leggere un libro (con la probabilità che diventi una buona abitudine)

Perché adottiamo strategie di coping disfunzionali, anche se è distruttivo

Ci sono tre elementi che caratterizzano le strategie di coping disfunzionali e che le rendono così facili da intraprendere rispetto alla via più funzionale:

  • Sono rapide ed istintive: pensiamo alla discussione di cui sopra, reagire controbattendo all’istante è una reazione automatica, istintiva, ma controproducente. C’è un passaggio diretto dall’emozione all’azione, senza passare per il ragionamento, senza valutare le conseguenze del proprio atto.
  • Si focalizzano sul sintomo, non sulla causa: pensiamo ai fastidiosi pensieri di cui sopra, scacciarlo via momentaneamente agisce sul sintomo (ansia, difficoltà di stomaco o intestino, ecc.), non sulle sue cause. Dunque, il pensiero rimane, ma con questa strategia di coping disfunzionale è come lo stessimo nascondendo sotto il tappeto.
  • Non sappiamo che le stiamo mettendo in atto: oppure ce ne accorgiamo solamente a posteriori, quando ci stanno causando danno. Questo è tipico poiché essendo rapide, istintive, focalizzate sul sintomo, danno una sorta di “sollievo immediato”.

Perché, a volte, autodistruggersi sembra più facile?

Talvolta, quando la vita sembra essere veramente troppo, adottiamo queste soluzioni di coping disfunzionale per i motivi sopracitati.
Ma c'è anche un altro motivo per cui autodistruggersi viene più facile: il contesto culturale ed educativo in cui siamo immersi e cresciuti non promuove un approccio corretto alla propria emotività, e così cresciamo senza sviluppare gli strumenti emotivi adatti ad affrontare le difficoltà in maniera funzionale.
Mi spiego meglio: fin da piccoli ci insegnano a reprimere ed accantonare alcune emozioni, spesso ciò avviene con la rabbia, la tristezza, la vergogna. Silenziare tali emozioni ha due esiti ben precisi:

  • il primo è che non entriamo in contatto con alcune parti di noi, le disconosciamo, le vediamo come "sbagliate" e le rifiutiamo. In questo modo altro non stiamo facendo che rifiutare una parte della nostra persona, quella parte di noi che vorrebbe emergere nelle difficoltà e che ha imparato a chiedere aiuto in maniera distruttiva.
  • il secondo e che queste emozioni che abbiamo imparato a reprimere ed accantonare, escono sotto altre forme di cui noi non siamo consapevoli: somatizzazioni, pensieri ansiogeni e comportamenti disfunzionali.

Se vuoi approfondire questo argomento, ti invito a leggere il mio articolo "Come gestire lo stress efficacemente", in cui prendo in esame in maniera più specifica la capacità di saper osservare le proprie emozioni come punto cruciale di una gestione efficace dello stress.

Come lo psicologo può essere d’aiuto

Abbiamo appena affermato che le modalità di coping disfunzionali sono rapide, istintive, automatiche e si focalizzano sull’alleviare rapidamente il sintomo piuttosto che prevenirlo.
Abbiamo successivamente affermato che parte di questo comportamento ha a che fare con il non aver maturato strumenti efficaci per la gestione delle situazioni difficili.

Partendo da questi presupposti, il colloquio psicologico ha una sua prima, grande utilità nel far emergere queste strategie di coping disfunzionali, pertanto il mio compito è quello di renderti in primo luogo consapevole delle modalità “distruttive” con cui ti poni di fronte a determinati stress ed eventi di vita.
In secondo luogo, attraverso il  colloquio psicologico ti aiuto nel fornire un nome ed un significato a ciò che ti crea disagio e sofferenza, alleviandone il carico emozionale: attraverso l’ascolto attento, professionale ed empatico dei tuoi vissuti e delle tue emozioni, ti potrò accompagnare all’acquisizione e alla maturazione degli strumenti volti ad affrontare, elaborare e superare le difficoltà che stai incontrando in maniera funzionale e senza autodistruggerti.

Tieni bene a mente una cosa: il cambiamento è possibile soltanto nel momento in cui te lo concedi.