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Quando parliamo di “carattere” del bambino, spesso ci riferiamo a quell’insieme di caratteristiche che ne definiscono la personalità: socievole, non socievole, timido, introverso, estroverso, sono alcuni dei termini che più vengono utilizzati.

Spesso, però, accade che nel descrivere il carattere del bambino vengano utilizzate delle etichette, o attribuzioni, che i genitori, o gli insegnanti, “appiccicano” al bambino, esercitando un’influenza importante sul suo sviluppo.
E’ il caso di termini come carattere “forte”, “debole”, “pigro”, “lento”.
Prendiamo il seguente esempio: abbiamo un bambino con poca iniziativa, con un temperamento tranquillo, poco aggressivo, che va a scuola volentieri ma magari si ritrova spesso distratto, se sollecitato porta a termine le sue consegne e con buoni risultati, anche se generalmente è l’ultimo a scuola nel terminare i compiti. Si potrebbe, dunque, dire che il bambino è “pigro”.
Questa è un’etichetta, un’attribuzione che ha spesso un’accezione negativa.

L'etichetta influisce su ciò che il bambino pensa di sé

Che cosa può succede quando il bambino si sente definire costantemente come “pigro”? Potrà credere, in fondo, di essere pigro, e sviluppare una struttura di personalità coerente con l’etichetta che gli è stata appiccicata. Non solo, avendo tale termine un’accezione negativa, potrà sentirsi sbagliato, sviluppare sensi di colpa e stili affettivi tendenti alla malinconia o “depressivi”.
Ecco che l’aver appicciato un’etichetta ha fatto credere al bambino di essere quell’etichetta, influenzandone credenze e comportamenti.
Prendiamo ora l’esempio opposto: un bambino dal carattere “forte”, veloce, rapido, con la risposta pronta, con una tendenza all’essere dominante, al saper imporre la sua volontà, ad esigere molto da sé stesso e dagli altri.
Il definirlo come “forte” implica che esistano anche caratteri “deboli”.
Che cosa può succedere, ora, quando il bambino dal carattere “forte” esperisce sensazioni di fragilità, di “debolezza”? Farà fatica ad esprimerle, o agirà modalità di espressione incongrue (ad esempio potrebbe diventare fortemente irritabile, o sviluppare sintomatologia somatica), farà fatica a mostrarsi fragile e quindi “debole”.
Va da sé che questa modalità di processare le emozioni influirà negativamente sul suo sviluppo emotivo, rallentandone la capacità di accettarle ed affrontarle con strumenti più maturi, di chiedere aiuto, di confidarsi.
Questi due esempi sono, ovviamente, estremamente sintetici, ma rendono l’idea di come le etichette caratteriali che appiccichiamo al bambino possono, seppur involontariamente, sfavorirne uno sviluppo completo e sfaccettato.

Le attribuzioni possono avere un impatto forte sulle credenze che il bambino ha di sé stesso, ma anche sulle aspettative che il genitore ripone su di lui.
I bambini sono esseri in divenire, non sono compiuti ed è, dunque, sconsigliabile appiccicare loro etichette prestabilite con parole che possono avere un peso sulla crescita che non immaginiamo.
Un altro caso su cui porre attenzione è quando si utilizzano attribuzioni adulte e riferite al nucleo familiare in relazione al carattere del bambino, come “ha preso da suo padre/da sua madre/nonna/zio” e così via: vengono, infatti, proiettate sul bambino caratteristiche di una terza persona, rendendolo, in qualche modo una sua estensione.
Gli viene tolta la sua unicità, la sua individualità.
Per questo motivo, di cruciale importanza è lasciare che il bambino sia, che sviluppi il suo carattere in relativa autonomia, guidato ma non etichettato.

Quando il carattere del bambino ci segnala malessere: cosa fare?

Talvolta, il bambino può manifestare segnali di malessere psichico e affettivo tramite manifestazioni caratteriali.
Ad esempio se il bambino appare di frequente teso, irascibile, oppositivo, potrebbe star manifestando segnali di sofferenza psichica e affettiva.
Allo stesso modo, ed in maniera opposta, se il bambino si mostra chiuso, bloccato, timido e rifiuta la comunicazione, potrebbe star segnalando una sofferenza emotiva e relazionale.

Nel momento in cui il benessere del bambino desta preoccupazione, un primo colloquio con uno Psicologo dello Sviluppo rappresenta un atto preventivo importante al fine di fare chiarezza sulla situazione presentata.
La consulenza psicologica è lo strumento che consente di analizzare con precisione lo sviluppo del bambino nella sua interezza: si tratta di un’indagine su misura, attraverso cui è possibile comprendere al meglio i significati del comportamento del bambino, assieme ai punti di forza e criticità che possono intaccarne lo suo sviluppo, scongiurando la cronicizzazione dei sintomi e promuovendo una riappropriazione delle risorse personali al fine di salvaguardarne il benessere psicofisico.