psicologoromalaura rinellaDott.ssa Laura Rinella  Psicologa Psicoterapeuta                                                  Iscr.Ordine Psicologi Lazio n. 6246
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claustrofobiaClaustrofobia-cos'è e come si cura

La claustrofobia è una patologia che concerne la paura degli spazi chiusi e che si presenta quando la situazione in cui ci si trova rimanda a una sensazione di chiusura.
In tal senso, lo spazio chiuso diventa una situazione invalidante che rappresenta una forte minaccia al funzionamento personale.

Quando il claustrofobico si trova in una situazione chiusa, avverte una forte ansia e una sensazione di mancanza di libertà di movimento: è come se quella situazione gli stesse togliendo il suo spazio vitale.

I sintomi che una persona claustrofobica può provare in un luogo chiuso sono una sensazione di soffocamento, iperventilazione, battiti accelerati, sudorazione, nausea, vomito, formicolii e sensazioni di estrema spossatezza, collasso.

Considerate le spiacevoli sensazioni associate agli spazi chiusi, il solo pensare al dover andare in un luogo chiuso può generare nella persona sensazioni sgradevoli, molto simili alla sintomatologia descritta in precedenza. L’insieme di queste sensazioni prende il nome di ansia anticipatoria, proprio perché anticipa l’ansia che si prova una volta che si è effettivamente nella situazione temuta.
Conseguenza naturale dell’ansia anticipatoria è levitamento: logicamente, se provo una sensazione sgradevole in relazione a una determinata situazione, tenderò ad evitarla.

Il claustrofobico, dunque, tenderà ad evitare tutte le situazioni in cui si sentirà chiuso, delimitato, costretto.

Questo evitamento può rappresentare un problema nel momento in cui si ripercuote in contesti di vita quotidiana: in un contesto urbano, il claustrofobico tenderà ad evitare luoghi come ascensori, tram, metro, autobus, sottopassaggi, ma anche gallerie, negozi e, più in generale, tutto ciò che per lui rappresenta uno spazio che limita la sua libertà.
 
La strategia dell’evitamento può inconsapevolmente  riversarsi anche sulle relazioni, laddove una relazione rappresenta una minaccia alla libertà.
E' specularmente lo stesso meccanismo disfunzionale che si riscontra nell'agorafobia.
Ciò avviene nel caso di relazioni dove al claustrofobico venga richiesto un alto investimento emotivo sulla relazione: tale richiesta può dare alla persona claustrofobica un senso di soffocamento insopportabile e, dunque, da evitare.

Nella coppia, dunque, il claustrofobico tende a posizionarsi come partner “one-up”: altamente autonomo e talvolta sfuggente, tenderà ad affiancarsi ad un partner che si fa carico degli aspetti emotivi di entrambi.
Così facendo, il claustrofobico delega al partner i carichi emotivi dell’intera coppia, svincolandosi affettivamente dalla relazione in favore di una sensazione di libertà e di ampio spazio personale.
Il nocciolo della claustrofobia, dunque, riguarda la rappresentazione degli spazi delimitati: che siano luoghi fisici o che siano vincoli relazionali, essi appaiono minacciosi alla mente del claustrofobico, che trova l’unica soluzione nel rifuggirli.

L’intera gamma di sensazioni sgradevoli e soluzioni disfunzionali associate alla claustrofobia rende la quotidianità una fonte di stress e di disagio, dove il benessere appare un lontano miraggio.

Come risolvere questo problema? Come smettere di scappare nei confronti di una minaccia che non è reale, ma solo percepita?
Una psicoterapia sistemico-relazionale è un trattamento estremamente efficace per lavorare alla base del disturbo, affrontarlo con consapevolezza e risolverlo.
Un percorso mirato che, al fianco di uno specialista, porterà a non fuggire più.

Non è mai troppo tardi per ritrovare il proprio benessere.
 
BIBLIOGRAFIA: L. Chianura, P, E.Fuxa, S. Mazzoni,  Manuale clinico di terapia familiare, Franco Angeli
Nardone, Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie
 
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